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Appunti sulla lectio magistralis tenuta da Giulio Giorello a Trieste di Gabriele Beltrame

Non sappiamo se Talete abbia scritto davvero qualcosa, il suo pensiero ci è pervenuto tramite Aristotele. Secondo il filosofo, l’acqua è il principio di tutte le cose. Seppur pensatore antico, già egli intuì l’onnipresenza di questa sostanza: semplificando la teoria della tettonica delle placche, questa ci dice che le terre emerse galleggiano sull’acqua e che i continenti vanno alla deriva su di essa; la vita ha bisogno di un ambiente acquoso per proseguire; l’acqua è meccanicamente fonte di lavoro ed energia (canali, porti, etc.) e quindi è legata allo sviluppo della società.

L’acqua riveste un ruolo importante anche per molti scrittori, quali Omero (da Oceano e da Teti sarebbe nato il mondo), Joyce (nell’Ulisse l’acqua è definita “dolce grande madre”) e Dante (vedasi il viaggio in mare di Ulisse).

Il legame che esiste tra acqua e società ha risvolti anche negativi: nella guerra tra le Bande Nere pontificie ed i lanzichenecchi al soldo di Carlo V, la zona del Po riveste una immensa importanza strategica; il fiume Giordano è conteso tra le nazioni che bagna; il progetto GAP in Anatolia provocherà siccità nella zona del Tigri e dell’Eufrate, quindi attrito tra Turchia e Iraq.

Questo legame è così antico e sentito che se ne trova traccia nell’antico poema epico di Gilgamesh: nel 4000 a.C., la città di Kish intimò alla città di Uruk, governata dal re Gilgamesh, di chiudere i pozzi da cui attingeva l’acqua, perché le due città avevano la falda acquifera in comune; il re per muovere guerra a Kish si rivolse alle due istanze “parlamentari” che all’epoca governavano la città, riuscendo a convincere quella composta da giovani ed in seguito a portare l’esercito di Uruk alla vittoria. È particolare il seguito di questa vittoria: il capo nemico non venne sentenziato a morte, né il suo cadavere venne legato ad una biga e trascinato, bensì venne invitato a cena da Gilgamesh, alla quale si accordò con il vincitore per l’utilizzo comune dell’acqua. Il riconoscimento dell’acqua come bene comune risale quindi agli albori della civiltà.

L’epopea di Gilgamesh si rivela interessante anche perché vi troviamo un’altra dicotomia sentita attualmente, quella dell’acqua come materia donante la vita ed al contempo portatrice di morte e distruzione. L’idea del diluvio come calamità peggiore di cavallette e peste [tavola XI: “Piuttosto che mandare il diluvio, sarebbe stato meglio che una carestia si fosse abbattuta […], sarebbe stato meglio che la peste si fosse abbattuta”, aggiunta di chi scrive] è stata formulata da Gilgamesh, successivamente ripresa dalla religione ebraica.

L’acqua è ambivalente, ha due facce dal significato netto, non una faccia ambigua; l’acqua diventa ambigua solo quando è usata nell’immaginario.

Una creatura da cui l’uomo dovrebbe prendere esempio è il castoro: quando una delle loro dighe è danneggiata, questi animali non intervengono solo sul danno, ma sulla diga intera.